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I due volti dello Champagne

13.05.2013 · categoria: Viaggi di-vini · Commenti (3) ·

I due volti dello Champagne

Ci accolgono il cielo grigio e un venticello primaverile, le guglie cesellate della cattedrale e milioni e milioni di piante di vigna a disegnare la valle che nel fondo, placidamente, vede scorrere la Marna.

Mentre in Italia si svolgevano i festeggiamenti del 25 aprile, noi avevamo da poco varcato le Alpi per spingerci 144 km a est di Parigi, in visita al territorio di origine di uno dei nostri vini d'elezione, la più mitica e seducente bollicina di tutti i tempi simbolo di prestigio, lusso ed eleganza.

Erano le 11 appena passate quando, percorsa la Route N51, che da Reims porta ad Epernay, potevamo finalmente ammirare le colline del Vigneto Champenois.
Un panorama suggestivo per chiunque, che ai nostri occhi di amanti impenitenti si è presto trasformato in una specie di miraggio, tanta l'estensione, la densità, e l'ordine del paesaggio che km dopo km si andava componendo: 33.975 ettari vitati sono l'enorme mappa dietro cui si cela la vera anima dello Champagne, di cui noi siamo alla ricerca.

Assumere l'aria da turisti per il 50% e da sprovveduti per il restante 50 non ci riesce difficile, complici una leggera sensazione vacanziera e la padronanza discutibile dell'inglese enologico.
Non ci resta, così, che esprimerci in un francese scolastico per non smentire di essere veri italiennes, e chiedere con ostinazione "Est-ce que on peut visiter votre cave?" bussando alla porta di maisons e vignerons, nascondendo dietro macchina fotografica ed occhiali da sole la nostra sedicente professionalità.

Scopriamo allora che la Champagne appartiene ai Vignerons, che possiedono 28.000 ettari di vigne, mentre Les grandes Marques ne possiedono poco più di 4.000, eppure la stragrande maggioranza delle bottiglie prodotte porta l'etichetta delle grandi maisons; in Champagne infatti si può fare un pò di tutto: affittare i terreni, vendere/comprare le uve, vendere/comprare il vino, vendere/comprare bottiglie spumantizzate, in un equilibrio controllato dal CIVC (Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne), volto a tutelare le piccole proprietà che altrimenti rischierebbero di essere fagocitate dai grandi gruppi (Luis Vuitton è "affettuosamente" chiamato, dagli indigeni, machine de guerre...).
Per essere redditizia, un'azienda deve possedere almeno 2 ettari di terra vitata (nel 2012 1 ettaro è stato venduto a 1.700.000 euro, e se il valore cambia leggermente a seconda dell'ubicazione, non scende mai sotto il 1.300.000!!!): è chiaro come proprietari di estensioni minori siano costretti a scegliere una delle opzioni di cui sopra, poichè non riuscirebbero a sopravvivere con la sola produzione personale.

I due fanno vite parallele: Vignerons e Grandes Marques si tengono d'occhio, si conoscono, proprietari ed impiegati degli uni conoscono e frequentano gli impiegati degli altri e, dopo il lavoro, degustano insieme qualche vecchia annata di questo o di quello, commentano questa o quella scelta aziendale: condividono pettegolezzi, insomma, come avviene in qualsiasi società del mondo!
E‘ lassù, sotto un cielo che regala 7 o 8 giornate di caldo e sole in tutto l'anno, che si forma la reputazione delle aziende che producono il vino più nominato al mondo, ad opera dei suoi stessi autori.

Fa uno strano effetto confrontare la propria idea di un'azienda, formata dopo alcuni assaggi e molta letteratura stando a 1100 km di distanza, con la sua realtà in loco: a volte si resta delusi, alcune stupiti, altre volte ci si chiede: ma è tutto vero?

Così è successo a noi, appena finita la visita alle Maison Bollinger, guidata da un'elegante e preparatissima rappresentante dell'azienda, Caroline Guizelin.
Bollinger è un marchio molto prestigioso, e noi ci aspettavamo di trovare un'azienda grande... in qualche modo fredda... tecnologica...

Invece è stata una vera sorpresa: Bollinger è un'azienda in cui il vino si fa veramente!!

Così visitando il Clos St. Jacques, 0,36 ettari chiusi da un muretto a secco, da cui si ottengolno le uve per il "Vielle Vignes Francaises", abbiamo dovuto più volte spostarci, per non intralciare il lavoro degli uomini intenti a piantare accanto ad ogni piccola pianta a piede franco (= prefilossera = unica testimonianza AL MONDO di vitis vinifera prima dell'epidemia del 1850!) un palo per legarvi i tralci.

Oppure, nella tonnellerie, doverci avvicinare a Caroline per poterla ascoltare, perchè con una macchina molto rumorosa si stavano lavando le botti che avevano ospitato la fermentazione delle uve provenienti dai numerosi vigneti di proprietà (160 ettari circa), destinati a diventare, a seconda delle caratteristiche, Special Cuvèe o Grande Annèe, e da poco svuotate per l'assemblage.
Il maestro d'ascia (unico "esemplare" in Champagne) che si prende cura delle botti dell'azienda riparandole al bisogno (sono infatti botti dell'età di 40-100 anni), aveva una lunga fila di piéces (in Bollinger si utilizzano prevalentemente Pièces Bourguignonnes dalla capacità di 228lt) da rimettere in sesto, e non ha smesso neanche un attimo di martellare su un cerchio di ferro che non voleva staccarsi, finchè noi ammiravamo, incantati, il suo piccolo laboratorio.

"Almeno qui troveremo un po' di pace", pensammo scendendo, a bocca aperta, la piccola scala in penombra che conduce alle caves: i magnum di vins de rèserve che mappano la produzione aziendale vigneto per vigneto, vitigno per vitigno, annata dopo annata, aspetteranno in pace il loro momento di essere stappati, no? Ebbene no: percorrendo i corridoi scavati per 5 km a 7 m sotto la superficie, ci imbattiamo in un operoso brulicare di uomini occupati chi ad accatastare, chi a fare il remouage, chi a pulire le gallerie.
Così, ebbri del vino di cui finora abbiamo solo parlato, ci accomodiamo nella sala da pranzo di Mme Lili Bollinger, per degustare lo Champagne che la sua Carta Etica della Qualità ci auguriamo continui a garantire così originale, ed autentico. E non ci delude affatto!

Dopo 5 giorni in Champagne, e dopo aver visitato anche Moet et Chandon, Ruinart, Philipponat, ma anche Marc Hebrart, Larmandier Père et Fils, Pierre Gimmonet, Pertois Morisette, Yves de Carlini, è proprio sull'autenticità dello Champagne che ci interroghiamo.

Maison Bollinger è un patrimonio dell'opera champenois: un museo vivente che allo stesso tempo è una grande marque che, però, fa champagne da vigneron!
Un modello a sè stante, decisamente unico, che per questo incarna solo in parte l'anima dello Champagne.
Anima che, fino alla fine, ci sfugge.

Alle visite istituzionali delle grandi Maisons, possibili solo su appuntamento, scenografiche e ben preparate, fatte di ragazze compiacenti in tailleur che ad ogni gruppo ripetono la stessa, identica spiegazione fin nei minimi dettagli, si contrappongono i Vignerons come Mark Hebrart, per esempio: quelli che incontri in vigneto con gli stivali di gomma e che ti dicono di aspettare per gustare insieme i vins clairs che, a giorni, andrà ad assemblare; o quelli come Yves De Carlini, che in una piovosa domenica mattina ti mostra con orgoglio la sua piccola cave: appena qualche metro scavato nella roccia per contenere ciò che vinifica nei 6,5 ettari (non tutti di proprietà), lavorati insieme a moglie e figli.

Niente fuochi d'artificio nè scenografie mozzafiato, qui: solo la tradizione dell'appartenenza alla propria terra.
I vini dei Vigneron non hanno la pompa magna di quelli griffati, nè nelle caves, nè nel bicchiere!
Non sono quadri armoniosi sempre rassicuranti, sempre potenti, sempre eleganti... sempre uguali a se stessi.
A volte sono anche piccoli. Strani. Scontrosi.
Ogni tanto le acidità prevalgono: qui non si ha a disposizione una vasta collezione di basi per correggerla.
Il vigneron deve puntare tutto sul lavoro in vigna, e sperare nella stagione.
Per questo, talvolta, i loro vini sembrano "nudi".

E allora meno "buoni"? O decisamente "più buoni"?

Alla fine del viaggio abbiamo la netta sensazione che la natura della Champagne sia molto più complessa di quanto lo siano i vini che produce, e che fasti e fama dei Dom della zona abbiano avuto origine più altrove che nella regione d'origine, sotto l'ala protettrice del Santo Marketing...
Lassu', poco sotto il 50° parallelo Nord, dove la temperatura media è di 10,2°C e le precipitazione medie superano i 618 mm annui, la coltivazione della vite è una sfida: ora come 375 anni fa.

Le Grandes Marques rappresentano lo Champagne perchè lo diffondono in tutto il mondo, preoccupandosi di confermarne il ruolo celebrativo e di esclusività: sono la visione d'insieme.
Ma i Vignerons sono un'altra storia: il loro vino è solo un piccolo tassello, una minuscola interpretazione, un discorso proclamato sottovoce.

Quindi cosa abbiamo capito di questo viaggio in Champagne?
Che ancor oggi, che di vini tutti sanno, giudicano e pontificano (noi inclusi), di Champagne PURTROPPO (o no??) se ne beve e se ne parla molto più di quanto in realtà lo si conosca...

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Pietro


3
Grazie :)
29.05.13 | ore 11:55
Grazie del bentornato,
e ti capisco, è un lavoraccio tenersi aggiornati degustando... beh tu avvertimi se trovi qualcosa che mi possa stupire ulteriormente!



2
Bentornato!!
25.05.13 | ore 18:00
Grazie mille Pietro! eppure io non sono tanto soddisfatta, perchè ci sarebbero state davvero milioni e milioni di cose da dire sulla Champagne... E' stato un viaggio che mi ha davvero impressionato! magari lo farò con qualche altro post nei prossimi tempi!!
Nel frattempo, per non dimenticare tutte le impressioni, continuerò a degustare, parlare, degustare, parlare.... di Champagne, ovviamente!!!!
Pietro


1
Re:
23.05.13 | ore 10:59
Complimenti, bellissimo racconto, originale e sfaccettato, mi hai appassionato, verissimo che di Champagne se ne parli troppo e ci si sovvermi soprattutto ad inventare descrittori sempre più bizzarri in fase di degustazione, anzichè divulgarne storia e vita.
Bello!
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